nella grotta con le fate..

per quelli che ancora non lo sapessero, sto progettando un museo sotterraneo.
ci sono folletti, spiragli di luce, pareti di pietra..insomma, come direbbe la fra, “cose belle”.
ma queste idee malate non ci sono venute tutte da sole..vengono anche da alcuni documenti esistenti (l’affidabilità di tali fonti è puramente arbitraria..come dire..”io mi fido!”)


Ad Angera, un’amena località adagiata sulle sponde del Lago Maggiore, un’antica grotta, un tempo sede di culti misterici, nasconde una misteriosa porta, di cui le fate sono tuttora severe custodi.
Le Fate sono al centro di storie e leggende legate alla cittadina di Angera, in provincia di Varese, nota per la sua imponente Rocca, che sorge in posizione strategica sin dai tempi romani e longobardi. Alla base della parete rocciosa sulla quale s’innalza severa l’antica fortezza, si apre una cavità naturale del diametro di otto metri per cinque, di forma ellittica, circondata da folta vegetazione, chiamata dagli abitanti del luogo “tana del lupo”. In essa sono stati ritrovati importanti reperti del mesolitico, risalenti a circa settemila anni prima di Cristo, mentre in età romana, dal II sec. d.c. in poi, venne adibita al culto del dio persiano Mitra, i cui riti venivano celebrati in locali sotterranei, e presentavano una particolare somiglianza con quelli tipici del cristianesimo.

La grotta di Angera è l’unico mitreo conosciuto fino ad oggi in Lombardia e al suo esterno sono ancora visibili antiche incisioni legate ai culti misterici oltre a diversi incavi rettangolari predisposti per accogliere lapidi e rilievi votivi. Dio guerriero, strettamente legato al sole e forse proprio per questo venerato negli antri della terra, Mitra, il cui nome significa “amico”, rappresenta il giorno con la sua luce e con esso l’aspetto benevolo della divinità. A questa caratteristica è probabilmente dovuta la leggenda secondo cui la grotta sarebbe da sempre abitata da una stirpe di fate buone e bellissime, custodi di una magica porta, invisibile e metafisica, che solo ogni cento anni si dice aprirsi all’entrata della grotta.

Secondo l’antica narrazione, questo misterioso passaggio rappresenterebbe un’apertura verso altre dimensioni, una porta d’accesso a mondi paralleli che solo gli iniziati potevano oltrepassare. Finora tuttavia, ancora nessuno è mai riuscito a scoprire quale sia il giorno esatto in cui la magica porta apra i suoi misteri.

occhi buoni.

“Se hai fatto male, chi lo sa
sinceramente non lo so
e poi ciascuno vive come può
a asciuga al sole la faccia stanca.

Avanti avanti bionda
finchè batte il cuor
tanto la vita un bel fior.
Avanti avanti bionda
fino all’ultimo
da sola danzi e canti ormai.
Ormai
padrona certo sei di sorriso e pianto
di noia e batticuore

Hai gli occhi buoni per guardar
il mondo con l’intensità
di chi ha capito, e non ci pensa mai,
il gioco e il sonno di questa vita.

Avanti avanti bionda
finchè batte il cuor
tanto la vita un bel fior.
Avanti avanti sempre
fino all’ultimo
da sola danzi e canti ormai.
Ormai
padrona certo sei di sorriso e pianto
di noia e batticuore

Brava la bionda… viva la bionda.”

coco!

Edith Minturn “Edie” Sedgwick (April 20, 1943 – November 16, 1971)[1] was an American actress, socialite, and heiress who starred in many of Andy Warhol’s short films in the 1960s.


Edie Sedgwick and Bob Dylan:
“Following her departure from Warhol’s circle, Sedgwick began living at the Chelsea Hotel, where she became close to Bob Dylan. She is rumoured to have been one of the inspirations behind Dylan’s seminal 1966 opus Blonde on Blonde, and the raucous stomper “Leopard-Skin Pill-Box Hat“. It was also claimed that the phrase “your debutante” on the track “Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again” referred to her. Dylan’s friends eventually convinced Sedgwick to sign up with Albert Grossman, Dylan’s manager. Sedgwick and Dylan’s relationship ended when Sedgwick found out that Dylan had married Sara Lownds in a secret ceremony – something that she apparently found out from Warhol during an argument at the Gingerman Restaurant in February 1966.

According to Paul Morrissey, Sedgwick had said: “‘They’re [Dylan’s people] going to make a film and I’m supposed to star in it with Bobby [Dylan].’ Suddenly it was Bobby this and Bobby that, and they realized that she had a crush on him. They thought he’d been leading her on, because just that day Andy had heard in his lawyer’s office that Dylan had been secretly married for a few months – he married Sara Lowndes in November 1965… Andy couldn’t resist asking, ‘Did you know, Edie, that Bob Dylan has gotten married?’ She was trembling. They realized that she really thought of herself as entering a relationship with Dylan, that maybe he hadn’t been truthful.”[13]

Several weeks before the December 29, 2006 one-week release of the controversial film Factory Girl, described by The Village Voice review as “Edie for Dummies”[14], the Weinstein Company and the film’s producers interviewed Sedgwick’s older brother, Jonathan, who asserted that she had “had an abortion of the child she was (supposedly) carrying by Dylan[15]“. Jonathan Sedgwick, a retired aeroplane designer, was flown in from Idaho to New York City by the distributor to meet the starlet playing his late sister, Sienna Miller, as well as to give an eight-hour video interview with details about the purported liaison between Edie and Dylan, which the distributor promptly released to the news media. Jonathan claims an abortion took place soon after “Edie was badly hurt in a motorcycle crash and sent to an emergency unit. As a result of the accident, doctors consigned her to a mental hospital where she was treated for drug addiction.” No hospital records or Sedgwick family records exist to support this story. Nonetheless, Edie’s brother also claimed “Staff found she was pregnant but, fearing the baby had been damaged by her drug use and anorexia, forced her to have the abortion[16][17]“.

However, according to Edie Sedgwick’s personal medical records and oral life-history tape recorded less than a year before her death for her final film, Ciao! Manhattan, there is credible evidence that the only abortion she underwent in her lifetime was at age 20 in 1963. Throughout most of 1966, Sedgwick was involved in an intensely private yet tumultuous relationship not with Bob Dylan, but with Dylan’s closest friend, Bob Neuwirth. During this period, she became increasingly dependent on barbiturates. Although she experimented with illegal substances including opiates, there is no evidence that Sedgwick ever became a heroin addict. In early 1967, Neuwirth, unable to cope with Sedgwick’s drug abuse and erratic behavior, broke off their relationship.”

le parole di bocca.

DYLAND EMPIRE

parabole e palindromie
Frammentazione del tempo, dell’identità, del nome e cognome, dell’età e del sesso, delle azioni, dei simboli e dei riferimenti per allontanare la quadratura circolare della definizione, della concentrica malattia umana da catalogo e consequenzialità, una liquefazione di scheletri, imbastiture stroncate.
Haynes scorazza in avanti e indietro furioso, centrifugando, aggiungendo, mistificando, traslando, imbrattando con pennellate, schizzi, gocce di caos, un inno all’arte in un inno alla vita.
Freak-cinema nella sua creazione e nella sua rappresentazione, ma freak come diverso sono solo parole vuote e limitanti, sono insulti imposti da una società che vuole demonizzare ciò che non conosce e riconosce, ciò che è senza filtri meccanizzanti, ciò che non è un prodotto usa e getta creato nella catena di montaggio della normalità, una società che vive deificando e distruggendo.
Bugiardi, nella tana della tarantola.

le verità nascoste
Haynes fagocita e si esibisce in un formalismo perfetto per affossare il formalismo narrativo e scaraventarlo al cielo, sul narcobaleno, per stuprare lo schema e celebrarne l’autopsia. Scarafaggi schiacciati. La morte dei confini. Barriere infilzate.

perchè non siamo in grado di accettare il caos?
Nietzsche diceva che bisogna avere in sé il caos per partorire una stella che danzi. Schiacciati dall’illusione della schematizzazione, dalla definizione di ciò che ci sta intorno, procediamo anelando sogni, ma i sogni sono per i sognatori e per chi dorme. Sveglia, uniamoci al coro del caos che risuona dalla prigionia delle convenzioni. Un urlo poetico, lava potente, esorcismo elettrico, eco struggente della significanza.

sogni schiantati
Sognare? Vivere? Soprattutto perdere. Perdere per vincere nell’attraverso, nell’oltre. E una volta perdenti contemplare la bellezza del passato che scorre dalla finestra sul postmondo fuori dal carro merci, nelle foto di ciò che è perduto separato dal destino, nella corsa di un cane, nel fumo di una sigaretta che dipinge l’aria, nel vomito del rifiuto sulla gamba del corpo vuoto, nella faccia imbastita dell’intervistatore aguzzino con i paraocchi della mediocrità.
Un manicaretto di vergogna soffocato nel velluto blu.

hai mai pregato?
Amicizie per caso e per necessità su un lembo di legno lercio, un tozzo di pane come atto di fede, condividere, conversare attraverso la musica, emanare musica, respirare musica mentre il paesaggio strimpella sulle rotaie del tempo e scheggia in un caleidoscopio di nulla e nell’assoluto del tutto. Illuminazioni. Stagioni all’inferno suggellate dal sommo veggente Rimbaud. Con umiltà abbandonarsi. Andarsene in Sì minore.
Anche questo è pregare.

monumenti errabondi
Allen Ginsberg, l’elettrolisi amniotica della coscienza, il balletto spudorato della libertà, caselle bruciate, la scimmia sulla schiena sta ancora ridendo. Pigia il tasto della macchina da scrivere. Pigia. Pigia. Ora!

menestrelli beat
Woody il Giona bambino, inghiottito dal pesce e risputato in un paese di confine, dimenticato e violentato da giochi di potere, un luogo di fiere libertà reclamate, fra giraffe, cocomeri e maschere e dove la nuova presa di coscienza dell’impossibilità di sottomettersi al padrone cementificatore risuona come una rivoluzione.

Jack rotolante, il folk-singer che alla globalizzazione della protesta risponde da good shepherd, ancora una volta fuori dal coro.

Robbie, l’invisibile ed impenetrabile. Uomo sul set, attore nella vita.

Jude, il manichino sfuggente, il maltrattatore di canoni, l’eccezione, un corpo in dissolvenza creato ed ucciso dall’arte.

Billy the Kid, l’esiliato mai domo.

Arthur Rimbaud, l’azzeramento della creazione è la più grande libertà la più grande sconfitta. Mai creare Niente.

fottere gli schemi
Cosa sono le peregrinazioni indagatrici nelle vite degli artisti? Le domande senza risposta, le risposte senza domande, le non domande, i suoni? Dolore, sonno, vita, morte, folk, rock, male, pop, bene, ieri, oggi, domani. Solo parole. Nient’altro, come “astronauta”. Come il linguaggio dei segni, segni sui corpi, corpo distaccato, androgino, oggetto volante, like a ziggy, stella danzante, corpo in fiamme.
Arte, libertà, ancora e solo parole ammutolite. Ma Haynes ammanetta il cervello e colpisce il cuore, il sangue, lo stomaco, le viscere, materia mobile in sinfonia, connessa con lo schermo, poltrona, buio, visione, immagine, musica. Tutt’uno. Tutti insieme.

dio salvi i segreti
L’arte divora vite, risucchia liquidi corporei e vomita bellissime illusioni che vivono nell’attimo stesso in cui sono generate per poi evaporare, un altro capitolo profetico della storia del cinema, ma definire il confine fra cinema e non cinema è riduttivo, ho sempre pensato che si stesse parlando della celebrazione della vita.

io non sono qui
L’anti-biopic rimandante, ma di chi? Nostro o di Dylan? O di Jude? O di Cate? O dell’artista totale? O dell’uomo? O dell’agricoltore poeta? O di te? O del cantastorie randagio?
Quanto siamo schiacciati nelle vite che vediamo scorrere ed impressionare lo schermo? Quanto c’è di quelle vite nella nostra? Quanto ci avvicinano o ci distanziano da noi stessi? Quali sono i confini fra reale ed immaginato? Fra concreto ed idealizzato? Quanto vivo la mia vita e quanto la vivo nei film, sul rettangolo ora buio, ora multicolore? Quanto ne assaporo i momenti senza simularla nella pellicola? Metavita o metacinema? O metapsicosi? Quanto sono quelle astrazioni e quanto me stesso? Quanto c’è di me nelle mie lacrime?
Per la maggior parte del tempo noi non sappiamo chi siamo, per la maggior parte del tempo io non so chi sono, mentre taglio la cordicella che mi lega al suolo e come una pietra rotolante raggiungo finalmente il primo posto che non conosce il mio nome, un cielo in bianco e nero, ancora una volta, lontano dal paradiso.

grazie a : shineonthepiper