LOROSCOPO di Azael

Siccome a tutti fa piacere sbirciare che cosa l’anno nuovo ha in serbo per noi ma spesso è difficile trovare chi lo dica con le parole giuste, ho qui raccolto ad uso di tutti voi le previsioni del genio di Azael per il nuovo anno.

(e auguri, eh)

L'oroscopo di Rob Brezsny - Illustrazione di Francesca Ghermandi

ariete: amici dell’ariete da una parte, le femmine dall’altra, disponetevi su due file

toro: vento forte dal quadrante di nordovest, mare leggermente mosso

gemelli: per gli amici dei gemelli sarà un anno di sei lettere

quest’anno i nati sotto il segno del cancro saranno venduti al liverpool in cambio di fernando torres e soldi

leone: no tranquilli, è acqua

vergine: va bene ma controlla la punteggiatura

bilancia: se è colpa tua dillo al brigadiere e aspetta nella saletta, là

quest’anno per i nati sotto il segno dello scorpione sarà giovedì

sagittà: i nati sotto il segno del sagittario sono a casa di Luisa, attenzione che fuori c’è ghiaccio

capricorno: traffico congestionato tra barberino di mugello e roncobilaccio per incidente, deviazioni consigliate sul posto

acquario: per i nati sotto il segno dell’acquario sarà un anno pieno di cose rettangolari rosse, smussate sugli angoli

pesci: gli amici del segno dei pesci quest’anno avranno un bambino e lo chiameranno Ariannide, poi egli diventerà capo di un popolo di conquistatori messicani e fonderà una città di nome Senales, nei pressi di Saronno. La salute tutto bene.

message in a bottle

(questo è un post strano, è per dire una cosa a qualcuno, e quel qualcuno la capisce solo se la scrivo così)

one day, i’ll be clear. i won’t need to think about a boy to fulfil my need to be taken care of. i won’t have to rimember myself to keep my back straight, i won’t have to breath deeply once in a while.
one day i’ll be happy with myself and i won’t have to struggle not to do some things.
i won’t end up spending the night drinking in the bathroom.

[some things are broken.
some i break myself.]

i’m sorry i broke you. this cute little thing we had ‘tween us. this being sympathetic and sweet when the world went wrong.
i did break it, i apologize.
i misinterpreted your needs and that’s all on me.
i went for my goals thoroughly. that was bad.

i enjoyed the sun warm on my clothed skin, the waves of the ocean breaking on the rocks, in la Foz, i went happily up the stairs to the Cathedral (…)

i’ll take the time to write my apologies, one day.
you see? i don’t even find the time to say that i’m sorry.

il tuo post è di una scazzatezza olimpionica (cit.)

Ho scritto una cosa. L’avete scritta in tanti, lo so.

Però per me era la prima volta. E insomma ero tutta tesa ed è finita che ho buttato fuori una cosa così, per fare. Ma voi non fateci caso, è stata l’emozione.

Ladies&Gents, il mio primo PslA

“Il natale, il venticinque dicembre, per me è una roba come le scale di casa, di quelle che non devi più nemmeno guardare, di quelle che hai fatto così tante volte che adesso anche al buio, anche pensando a quella canzone fighissima, al tipo che ti ha guardata, sì, ma non proprio come se, le scale che fai anche a due a due e non ti viene in fiatone ché tanto i tempi li tieni giusti giusti.
Ecco, il natale, dicevo, uguale. Anche se non guardi il calendario, se pensi che il 10 c’hai una cena e il 30 dovresti andare a fare quella roba colle amiche, anche se non lo aspetti mangiando i cioccolatini del calendario, beh, quello arriva lo stesso.
Comincia col pranzo della domenica che si prolunga un po’ di più, con la nonna che viene a stare a casa tutta la giornata e pela i lampascioni, colle noci e le mandorle tirate fuori prima della frutta.
Anche se non ti piace la neve, lei arriva lo stesso, imbianca tutto e riempe di stupore le facce per le strade.
Quindi io vado, serena, al lavoro, mi alzo, inforco il cappotto, la borsa e poi per sbaglio tac, alzo gli occhi e vedo l’insegna luminosa colle renne e gli sbrillùccichi.
Il punto è che anche se non faccio le ghirlande colle arance e la cannella, anche se non disegno agrifogli coi gessetti sui cartoncini neri, anche se non organizzo cene cogli amici per gli auguri, il natale c’è. Lo stesso.
Gli inviti alle cene mi arrivano lo stesso, le canzoni di natale circolano sull’internet e alla radio e i regali a un certo punto andranno fatti. Alla cena della vigilia si presenterà una zia che nessuno si aspettava e con mia sorella faremo il solito giro in duomo delle sette di sera, l’ultimora degli sfigati del natale. Ché tanto è sempre così.
E allora che volete da me, dico.
Il natale arriva, sempre, che volete da me.”

ciao, c’ho la morte ne vuoi un po’?

Certo che non lo potevo sapere, certo che le cose succedono, però è incredibile come ci si metta a lottare contro le cose e poi queste, alla fine, vincano. Da sole. Senza nemmeno l’illusione di una forza nascosta a ordinare la trama dei fatti. Nemmeno un tornello, una di quelle palizzate strette, nemmeno un panettone messo lì a scansare le macchine.
La verità è che ci son delle cose giuste. E quelle cose, alla lunga, succedono.
E così è successo che dai e ridai io e te l’abbiam capito che non era aria di. Certo, forse potevamo evitare quella notte, i piatti comprati insieme all’ikea, forse si poteva evitare la valanga di odio rovesciata in testa, ma alla fine, lo sapevamo.
Quello che non mi aspettavo, quello che non potevo sospettare, era come sarebbe andato avanti. Senza di te, dopo. Che cosa sarebbe successo, cosa sarei stata io, che cosa avrei fatto.
Forse non mi interessava. Probabilmente non mi interessava. 
Ero io con la mia ferita, io con questo buco rotto. Che un buco – uno dice – è già buco, che vuoi farci ancora? e invece ci son buchi belli, lisci, dei buchi fatti per metterci delle cose, dei buchi per guardarci attraverso, buchi che assorbono i toni spiacevoli, dei buchi fatti apposta per fare del bene.
Questo no, questo buco era fatto per fare il male e infatti io ero lì col mio buco e stavo male e non volevo nemmeno sapere cosa sarebbe successo.
Poi la verità è che quasi mai riesco a figurarmi bene un futuro, chi è che è capace? Tanto che l’altro giorno pensavo ad Asimov e cacchio, questa cosa della psicostoriografia sarebbe fica, no? Forse no. Forse a sapere il futuro ci arrabbieremmo e faremmo di tutto per sabotarlo, chessò.
Ma stavo dicendo che io, proprio, questa cosa di immaginarmi non ce la facevo, un po’ me ne fregavo, un po’ me la immaginavo tipo: ok, adesso mi riprendo un po’, vado alle feste, vedo le persone, rido, scherzo, bevo, poi a un certo punto mi siedo, mi guardo allo specchio e sto bene.
Sì, io me l’immaginavo così.
Che mi sarei “distratta un pochino” e poi tutto sarebbe andato a posto. I celeberrimi puzzle autocomponentesi. (che poi i radiohead si, ma che gusto ci sarebbe, thom, te lo sei chiesto?)
Insomma che non è andata proprio cosi. O forse sono io che ho questo decisionismo congenito e le cose, aspettar che si risolvan da sole, ma che gusto c’è? (Quello dei jigsaw falling into place, appunto)
Così io, come un bravo pesciolino nella boccia, ho cominciato a scalpitare, ma senza rumore, dentro l’acqua, muovermi forsennatamente in tutte le direzioni, ma zitta, appunto, tacendo anche a me stessa le ragioni della mia stessa frenesia, che palesata si sarebbe rivelata prematura e insensata. 
Però io non mi facevo sentire, e rincorrevo, bianconiglio biologico, il destino che mi aveva preparato il té per le cinque, e non un minuto prima me l’avrebbe servito.
Le five o’clock della mia vita sono state il primo di dicembre. 
Quello stesso giorno, un anno fa, la mia vita si rompeva. Quel buco che era stato liscio e giusto e che aveva assorbito le frequenze e che tanto bene aveva assolto al suo compito si era scomposto, le pareti deformate. 
Quest’anno, dopo un anno esatto, ricomincio sulle mie zampine. Il buco forse non si è ricomposto, forse gli ho messo all’ingresso una fascetta ‘crime scene’, ma è già qualcosa.
E ora si ricomincia.