L’arte in distilleria

Il 9 di maggio la Fondazione Prada, l’ente creato da Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, inaugura la nuova sede di Largo Isarco a Milano.

Il progetto è, nientepopodimeno, di Rem Koolhaas. Già noto alla cronaca per il suo Delirious Newyork, libro in cui dichiarò la sua posizione sulla necessità di un’urbanistica casuale, lontano dalla pianificazione moderna, l’architetto olandese è stato di recente direttore della Biennale di Architettura di Venezia, la mostra-culto che ogni due anni ogni segna il punto della ricerca architettonica. Io, come tutte le altre volte, sono stata a Venezia a Settembre a visitare gli spazi dell’Arsenale e qualche padiglione e mi sono trovata, come sempre, piuttosto perplessa sull’operato dell’architetto in questione. (per chi ha visto la Biennale della Sejima, ci siamo capiti)

Figlio di una famiglia di architetti e pianificatori di Rotterdam (è una gran bella città in cui formarsi un’opinione sull’architettura contemporanea), il nostro Remment si diletta da subito in sceneggiature e testi, è da subito più teorico che costruttore. Dalla fondazione del gruppo OMA al suo anagramma AMO, la sua posizione nel campo dell’architettura è più improntata alla ricerca e alla speculazione teorica che alla pratica, sebbene abbia realizzato più di una pietra miliare dell’architettura così detta decostruzionista (Casa da Musica a Porto, CCTV Headquarters a Pechino tra i più famosi).

Rem entra in rapporti con la famiglia Prada (si vocifera di un flirt tra Miuccia e il bell’olandese) nei primi anni del 2000 realizzando lo store di Beverly Hills e quello di Broadway che mischiano il design del negozio con l’esperienza museale; nel secondo negozio, in particolare, l’insegna del precedente proprietario Guggenheim non verrà mai rimossa, alludendo al ruolo culturale della boutique. (è il negozio con la grande scalinata al centro, inquadrata anche in una scena della serie tv Sex and the City)

Apice di questo percorso culturale lo avremo proprio all’Apertura della nuova Fondazione, negli spazi di una distilleria milanese risalente al 1910, già sede degli archivi di arte contemporanea raccolta negli anni dai due beniamini della maison Prada.

Il complesso industriale è attualmente composto di una cortina edilizia su strada e uno spazio interno popolato da pochi edifici; alcuni di questi il progetto prevede di demolire, altri mantiene, riconoscendo il valore storico e la suggestione insita in alcune delle cappelle e dei sotterranei esistenti.

“L’oggetto indipendente a ovest della grande sala, per ragioni che non sono più chiare, ha talune caratteristiche curiose. Diviso in tre stanze con tre “pulpiti” interni connessi a un balcone esterno, la sua configurazione suggerisce una precisa necessità industriale che ora risulta in un ambiente quasi religioso”

Vuole far rivivere la corte, inserendo una scatola nera multifunzionale e quello che chiama “museo ideale” al centro di questa corte. Elemento completamente originale e più “koolhaasiano”, se posso permettermi, la torre multipiano che reinventa il percorso espositivo e offre spazi originali per l’esposizione e l’esperienza artistica.

Nell’insieme, il progetto di OMA fa l’effetto che mi fece la Biennale: un insieme di oggetti bellissimi organizzati malissimo. L’idea è buona: reinventare lo spazio per l’arte, renderlo più fluido e duttile e svincolarlo dall’iper-staticità dei modelli consolidati (“È sorprendente che a dispetto dell’enorme espansione dei media artistici, il numero di tipologie per l’esposizione d’arte rimanga limitata“), l’esecuzione, a mio avviso, limitata. La carenza di un disegno d’insieme rende gli oggetti perfetti poco godibili e sinceramente “fuori luogo”. Mi rendo conto che questa sia un po’ la cifra dell’intellettuale olandese, ma non smette di essere insoddisfacente.

Mi vengono in mente le parole del professore Giancarlo Consonni in occasione del progetto di Koolhas per la Bovisa “Tra gli effetti di trascinamento di questo caravanserraglio (il coinvolgimento di un architetto di grido, ndR) è l’automatica promozione di alcuni architetti di grido al ruolo di esperti di urbanistica e disegno urbano. Ambiti su cui tali architetti non hanno alcuna preparazione, né alcuna esperienza che giustifichi l’affidamento di compiti di tale importanza”.

Ora, l’intervento circoscritto alla corte di Largo Isarco nulla ha a che vedere con il ridisegno di un quartiere complicato come la Bovisa, ma l’impressione di Consonni resta. L’intervento di un archistar valorizza dal punto di vista umano uno spazio oggi degradato come la zona di Via Ripamonti oltre la cintura della circonvallazione esterna, attirando spettacoli di arte d’avanguardia, mostre prestigiose d’arte antica (almeno due, curate da Settis), proiezioni di film unici (Roman Polanski sta preparando una proiezione speciale proprio per la Fondazione); purtroppo però non sarà la chiave di volta dello sviluppo di un’area che molto ancora ha da fare e da dire. Occasione persa per Milano, occasione guadagnata di visitare il primo bar progettato da Wes Anderson (sì, quel Wes Anderson).

Insomma, di carne al fuoco ce n’è tanta, io spero proprio di essere delusa ed entusiasta della nuova Fondazione Prada. Non ci resta che aspettare il 9 maggio.