Faire, savoir faire, faire savoir – un post di inizio anno

Questo è il mio post d’inizio anno.
È un po’ tardi? Be’ sì ma stavo facendo le cose.

Infatti, miei piccoli amici, questo 2015 è un anno di fare le cose.
Io, Roi, ho deciso di smetterla col giustificazionismo adolescenziale e una certa vetusta rigidità mentale: quest’anno si fa.

Ho letto qualche giorno fa una pubblicazione di Alessandra Farabegoli che parlava del personal branding e riportava il motto faire, savoir faire, faire savoir.
La semplicità e la praticità di queste tre fasi mi ha colpito. Ho cominciato a rifletterci e ad allontanarmi dalla mia poetica filosofica, dalle mille considerazioni sulla vita perfetta. Come sempre succede, a questo punto dell’anno, conta quello che si fa.
E allora forse, di questa triade vincente, quello che mi manca è proprio il punto 1. Quello che invidio sempre agli altri, quello che mi demoralizza e mi fa abbandonare i progetti.
Allora spero che non sia retorica d’inizio anno e voglio mettere giù, cosa per cosa, i raggiungimenti pratici di quest’anno.

Ho cominciato facendo il giro della Turchia (nel senso che ho detto di sì), dalla trafficata Istanbul alla famosa Efeso passando per il sito verdeggiante di Troia poi Pamukkale – che si legge pamucalè – con la sua cascata di travertino e la sua città sacra, il lago Egirdir (già Egridir) e Goreme nel parco Nazionale della Cappadocia. Qui le foto dell’iniziatore del viaggio (le seicento foto che ho scattato con la compatta Leica le vedrete in comode rate mensili a partire da ottobre 2015) (alla faccia del teaser, eh?)
Ho letto due libri (eh, oh): Harold Fry, che mi ha fatto piangerissimo; e La compagnia dei Celestini, che mi ha ricordato le Vite Immaginarie.
Ho fatto i capelli rosa e ho convinto Claudia a farmi delle bellissime foto. A prescindere dall’esito sono contentissima, perché stava nella lista delle mie Dieci cose da fare prima di morire.
Ho rimesso mano alle foto del viaggio in Normandia del 2012 (che ricordiamo essere millecinquecento) e i risultati compariranno mano a mano qui.

Rispetto a questo punto dell’anno scorso, faccio un lavoro che mi soddisfa e da cui sto imparando tantissimo, anche se mi porta nella fredda Germania dove mi prendo gli accidenti; gli orari sono assurdi e spesso penso di mollare; quando arriverà il momento lo farò.
Sto anche guadagnando più soldi (tadà) e decidendo come investire i miei risparmi, come una bimba grande.

Ho poco tempo per fermarmi a riflettere su cosa faccio e come lo faccio, ma ho deciso di rimandare tutto a quando avrò più tempo e meno occasioni. Quest’anno si prova così.

Un anno di rivoluzione

 


Sono un paio d’anni, ormai, che a capodanno, negli auguri, seguo la scia del mio amico Rob e scrivo “per un nuovo anno di rivoluzione”. Suona abbastanza rock’n’roll e fa la sua figura. Riguardo al significato, poi, nessuno si interroga mai sul significato degli auguri.
Ecco, a forza di rimbalzarmi indietro, mi sa che stavolta tutti quegli ” anche a te” hanno funzionato.
Sin dall’inizio, quest’anno ha portato con sé un grosso, spaventoso potenziale che ora sembra essersi scatenato in tutta la sua furia rivoluzionaria.
Spiego spaventoso: quando lo studio per cui lavori non riceve più incarichi e quelli che ci sono si strascinano e i cantieri non partono mai eccetera, insomma uno un po’ se l’aspetta, però finché non senti la frase “non posso più pagare” ti limiti a guardare offerte di lavoro in Canada e a Londra e a fantasticare di vite oltreoceano.

La frase è stata proferita un lunedì di qualche mese fa, quando ero in ben altre faccende affaccendata, e questa storia del lavoro non la stavo considerando più di tanto.

C’è stata la botta, l’assestamento, poi una specie di germogliare: di idee, di contatti, di proposte.  Mi ero fatta l’idea che nello stand by lavorativo avrei potuto trovare il tempo per fare quelle cose che uno aspetta di poter fare, quel famoso progetto di ricerca chiuso nel cassetto, il curriculum come si deve, le foto ai lavori vecchi, instaurare una collaborazione freelance con quel gruppo di architetti fichi.

Tutto bene, tutto bello, un sacco di idee nuove, l’entusiasmo, il tempo per stare in giro, per vedere, per leggere. Un paio di ristrutturazioni da seguire per i fatti miei, la speranza che forse le cose arrivano al momento giusto.

Poi passa un mese, io passo dallo studio ormai soltanto per coprire quando non c’è nessuno, a pranzo mi cucino le polpette e al pomeriggio finisco sempre per fare un pisolo, solo che il conto in banca è sempre lì, che mi guarda con gli occhi spenti, le ristrutturazioni che dovevano partire non partono e per quanto non lo si voglia mai, il panico arriva.

E quindi insomma quando salta fuori che c’è un amico di amici che cerca degli architetti (esiste ancora qualcuno che cerchi architetti?) mandare il cv è giocoforza, il colloquio è duretto perché sono fuori allenamento, ma il posto è mio.

E adesso?

Che ne è dei miei sogni di gloria, del tempo per la ricerca, per le cose belle e nuove?

Ho ancora qualche giorno per sistemare il progetto di ricerca e inviarlo, portare quella pratica al catasto, fare gli incontri per il vecchio studio e passare il testimone a chi di dovere. Poi si comincia. Vita nuova, ditta nuova. Potrebbe essere bellissimo e gratificante e farmi svoltare la carriera come essere un lavoro logorante e frustrante. Come sempre, bisogna stare a guardare.

Col cervello bene acceso e il respiro calmo.

Αθήνα – parte 2

Ieri sono uscita con Rossella, era la sua ultia sera ad Atene e ancora non aveva visto l’Universita’, ho dovuto. Rossella in realta’ si chiama con una sola s, ma e’ argentina e non lo sa. E’ ingegnere civile e rimbalza tra le capitali europee dalla fine di luglio. Stanotte e’ partita per Mikonos e Santorini. Ieri sera pero’ l’ho portata a comprarsi dei sandali dal re dei sandali in una piccola traversa di Monastiraki, un tizio barbuto di mezzaeta’ con un poster di Carrie Bradshow con dedica e una quantita’ mostruosa di sandali ovunque.

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Poi ho ripetuto con lei il giro di Universita’/Accademia/Biblioteca, museo numismatico (il cortile era chiuso!), Stadio Olimpico (prima o poi riusciro’ anche a fotografarlo).
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Il tutto si e’ concluso con un cipollosissimo gyros divorato sedute sui muretti attorno all’ennesima basilica bizantina, in piazza Monastiraki.

Ma a proposito di bizantini (tadaaaaa’) ieri sono finalmente andata al Museo Bizantino e Cristiano (oooooolle’) ed e’ stato fantastico! Qui una breve antologia dei sostanziali motivi del mio entusiasmo:

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1. Si capisce. Le scritte partono dal presupposto che tu non sappia una cazzo di niente (nel mio caso era vero) e ti guidano attraverso un percorso di collegamenti e spunti incrociati. Si parte dalla nascita del cristianesimo, i primi simbolismi, le rappresentazioni di Cristo (il cristo con l’agnello riprende la classica iconografia del portatore di bambino, lo sapevate?), l’evoluzione dei simboli, attraverso l’impero d’Oriente fino alla dominazione turca, l’influenza veneziana, la lotta all’illuminismo.
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2. Lo spazio e’ bello. La corte d’ingresso e’ fighissima. E’ un percorso interessante, su tanti livelli, le esposizioni non hanno molti pezzi, ma sono ben organizzati e pienamente valorizzati dal contesto.
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3. Le informazioni contenute sono immediatamente confrontabili con la realta’ di Atene. E’ un museo bizantino della citta’ di Atene, quindi non c’e’ la raccolta completa dei mosaici di San Vitale a Ravenna. Gli affreschi presenti sono recuperati da chiese greche, presentati in maniera coerente (introduzione sulla chiesa, sul ritrovaento, sul significato dei diversi strati, quindi le opere sono analizzate singolarmente) e sempre rapportati al momento storico della citta’ e al suo significato diacronico (vado sul difficile, mi rendo conto).
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D’accordo, non sapevo niente del mondo bizantino (a proprio nisba, caput) ma il respiro e la ricchezza di questa esposizione mi ha lasciata senza fiato. Bravo!

 

P.S. Tra le cose che ho scoperto: le piccole basiliche che imperlano il tessuto della citta’ sono frutto dell’ondata di costruzioni che ha seguito la chiusura delle scuole di filosofia nel 496(tipo) e hanno caratteristiche molto peculiari. Sono di piccole dimensioni, a croce greca inscritta, di pietra con decorazioni esterne in mattoni, con una cupola ottagonale.

il mio pane senza impasto

(riassunto delle puntate precedenti)
1.Il signor Jim Haley, proprietario della Sullivan St Bakery di New York, ha inventato un pane così facile da fare che anche un bambino di sei anni (nel video lui dice di quattro) può fare un pane più buono di quello di un panettiere.
Io non ho seguito da vicino la vicenda, ma ho scoperto i fatti in seguito grazie a questo bellissimo post di comidademama, pieno di link alle cose giuste per approfondire l’argomento.
2. Il signor Storvandre con cui convivo da mesi spesso si diletta nella panificazione, che nel suo caso è l’appallottolamento e cospargimento di semi da effettuarsi su impasto acquistato al Pam. Ma noi questo non possiamo più permetterlo.

Se ne deduce che, con i miei tempi, mi sono eventualmente dedicata alla suddetta panificazione, seguendo la ricetta di comidademama (italianizzata), con risultati che giudicherete.

 

ingredienti:

    1. 500 g di farina
    2. un cucchiaino di sale
    3. 2,5 g di lievito di birra fresco
    4. mezzo litro d’acqua


ho sciolto il lievito nell’acqua tiepida e l’ho aggiunto alla farina già salata. poi ho cercato di dargli una forma di palla, raccogliendo tutto con le mani e l’ho messo in una ciotola.

l’ho lasciato su uno scaffale del soggiorno per trenta ore (che sono tantissime ma non avevo scelta) coperto da una pellicola.

si presentava come un blob bollicinoso e ho cercato di rovesciarlo sul piano infarinato (senza riuscirci tantissimo) e fare quella cosa dei bordi; la cosa dei bordi è: tiri un lembo del magma verso il lato opposto a dove l’hai preso, poi di nuovo con gli altri tre spigoli immaginari. dovresti aver spolverato di farina, prima di fare quest’operazione; io ho spolverato tantissimo e alla fine della cottura si vedeva ancora un po’ di farina dentro. se non hai capito l’operazione degli spigoli (non è colpa tua) guardala qui.
L’ho lasciato riposare un quarto d’ora coperto da una pellicola

poi l’ho riempito di semi di sesamo sopra e sotto (girarlo non è proprio un gioco da ragazzi)  e l’ho avvolto in uno strofinaccio in cui l’ho lasciato riposare altre due ore

 

(mentre installavo ICS sul Galaxy S, nota che non c’entra niente)

Dopo circa un’oremmezzo ho acceso il forno a duecentotrenta gradi con dentro la pentola di ghisa in cui avrei cotto il pane.
Dopo due ore si prende il pane e lo si ietta violentemente dentro la pentola incandescente, si copre con un foglio di alluminio (nel mio caso; meglio sarebbe un coperchio ma io nuncellò) e lo si lascia cuocere mezz’ora così.
Poi si toglie l’alluminio e si lascia ancora almeno dieci minuti fino alla doratura desiderata (e qui il forno mi ha abbandonato e non si è dorato per niente, ma vabe’)

Stamattina il consorte ha avuto l’onore dell’assaggio e ha detto che era “assolutamente da rifare, uguale a quello della panetteria” U_U

Da grande faccio la guida del Touring. (non quella rossa) (faccio quella castana)

Allora ieri sapevo che c’era il blocco del traffico e che Milano ne approfittava per riempirsi di cose belle da fare, era anche il weekend del FAI con le aperture straordinarie di primavera e poi c’era anche la Stramilano (che io dico sempre la faccio poi a questo punto dell’anno sono sempre allenata come una scamorza).
Poi noi abbiamo fatto la prima uscita in moto proprio questo sabato, quindi non è che si avesse troppa voglia di uscire, muoversi, fare cose (fare il koala è uno sporco lavoro eccetera) e poi c’era anche l’ora legale a condire il tutto di surrealtà (“dai ci vediamo alle due” “ma alle due di ieri o alle due di oggi” “famo alle due di domani, va'”)
MA NONOSTANTE CIO’ impavidi siamo usciti alle du-duemmezz-facciamo le tre- no dai tanto ormai- insomma siamo usciti alle tremmezzo per andare in corso magenta che c’era una roba poi invece le bici del BikeMi se le erano fregate tutte (ma insomma! un po’ di rispetto per i pigri!) e quindi niente, in mezz’ora siam riusciti a fatica a raggiungere Missori, tra le bestemmie (mie) al sistema che una volta metto male la bici, quell’altra dice che non ne ha più, etc (siamo in fase di assestamento, presto ci ameremo, sento che può funzionare tra di noi).
Arriviamo in Missori, banchetto del Touring Club: chiedo alla signorina di prenotare due visite guidate per il tour delle quattro, mi dice che in realtà son tutti occupati, ma che in molti non si sono presentati e quindi che possiamo accodarci al gruppo che sta partendo.
La guida ha una giacca in pelle strappona e i capelli riccioli e lunghi, anelli vistosi, un uomo piuttosto strambo, sono sospettosa. Poi comincia a parlare e la giornata svolta. Parla delle alterne vicende della Chiesa di San Giovanni in Conca, di cui oggi a Milano rimane un resto dell’abside originale, tra Missori e l’imbocco di via Albricci, e la cripta; chiesa longobarda ricostruita poi inglobata nella residenza di Bernabò Visconti (la Cà de’ can) e da cui provengono le sculture che oggi si trovano al museo del castello; era stata anche probabilmente luogo termali in tempi in cui la cristianità offriva un sistema di basiliche molto vicino a questo luogo residenziale (resta traccia di una pavimentazione a mosaico). Dice anche una serie di altre cose meravigliose e spiegate bene e io sono totalmente rapita.
Scendiamo a vedere la cripta, due signorine suonano, l’arpa e il flauto traverso, l’atmosfera è sospesa, magica, intensa.
Non è una cripta di quelle con le ossa dei santi dentro, piuttosto un tempio mitraico sopravvissuto, un luogo d’incontro raccolto e di preghiera comune.


Ci ha anche portati a vedere Sant’Antonio, una chiesa con una brutta facciata che sta accanto a una corte decorata in cotto (bellissima!) e con una storia di controriforme e malattie guarite col maiale.
Ora non ve la faccio lunga che poi non mi leggete più, ma insomma ho scoperto delle robe su Milano che non potevo assolutamente sospettare, i 5000 cani di Bernabò, i teatini che vengono premiati per aver guarito la peste, il pantano che era Milano a quei tempi e che resta nei toponimi.
Bello bello.
Bravi questi del Touring.

amicizie

Io, la Pazienza, mai incontrata sui socialné; la Delicatezza, dovevo andare a casa sua una volta, poi non potevo ma non sapevo come dirglielo, e allora non l’ho più sentita; son passata a trovarla, l’Umiltà, ma diceva che non se la sentiva; è finita che mi son spalmata sul divano, c’era l’Abitudine, la ritrovo tutte le sere, non è poi male.