Di tutti i miei pani

prove di pane
pane colorato
pane colorato
pane sciapo e un po’ triste
numero tre
pane numero tre
pane numero tre
pane borioso
pane gnucchetto – particolare
pane gnucchetto
pane di mare
pane di mare – preparazione
pane di mare 2
pane di mare – lievitazione
pane bianco
panebianco
pieghe nella memoria
pieghe nella memoria
pane con le fossette
cena con pane sgorbio

 

Dopo il grande debutto, per qualche anno mi sono divertita a panificare con la pasta madre. I risultati sono stati alterni e dopo un po’ mi sono – come sempre- annoiata.

Oggi però ho fatto una raccolta delle mie produzioni e mi ritrovo molto soddisfatta del tempo perso 🙂

 

 

Proposito

Il mio proposito per il nuovo anno (lavorativo, ebraico, contadino, chiamatelo come preferite) è di fare meno cose, ma farle bene.

– disse con dieci tab aperte sul browser e altri tre programmi in corso –

Fare meno cose ma portarle a termine, coccolarle, seguirle dall’inizio alla fine, ricordarmele, metterci dentro qualcosa di mio.

 

Speriamo, che sia la volta buona, va’.

“L’isola petrosa, ulivi e armenti sopra ogni collina” – parte 1

Quest’estate ho fatto una vacanza bellissima. Sono partita da sola con lo zaino e ho volato sul mio primo volo di linea dopo anni, sono arrivata ad Atene dove la metro ti porta in centro, sono scesa dalla metro, ho alzato gli occhi e ho visto l’acropoli. Ad Atene, ovunque sei, vedi l’acropoli. Nello zaino c’era parecchia roba perché sapevo di dover passare qualche giorno in città, qualche altro in moto, poi un po’ di tempo al mare, sull’isola, a nuotare. Pieno ma non pesante. L’ostello che avevo scelto si è rivelato fantastico, in una di quelle zone centrali (Psirri) che son state degradate negli anni Ottanta, poi risollevate dalle mode dei Duemila, e ora sono finalmente lasciate in pace, con qualche bar un po’ scrauso e qualcuno un po’ meno, un parcheggio per auto a pochi soldi e qualche matto ubriaco che si trascina sull’asfalto tipo serpente.
L’ostello ha una hall molto carina e i letti a castello di legno ikea, ma soprattutto persone di ogni razza e religione, che era un po’ lo scopo del viaggio.

Susanna mi attacca bottone subito, ero entrata nella stanza da un nanosecondo, lei era lì da dieci minuti, faceva giustamente gli onori di casa. È nata a Sarajevo ma cresciuta nella provincia tedesca che critica aspramente, finita poi sei mesi fa a fare la hostess a Dubai per girare il mondo e staccare un po’ la testa (hai capito?).

mappa atene

Ce l’ha parecchio con gli inglesi e i francesi che si son spazzati via tutti i resti delle civiltà antiche, Grecia ed Egitto, di questi tempi è un leit motiv che si sente parecchio, in queste zone. Sta leggendo il nome della rosa ma mi chiede per favore di non spoilerare, rifiuta i miei inviti a cena e si accoccola fuori dai teatri ateniesi a sbirciare spettacoli di danza tradizionale. Rossella è argentina e arriva qualche ora dopo, non parla molto, ma dopo qualche giorno facciamo amicizia e me la porto a spasso per Atene. Lei è cattolica come me e condivide il mio stupore per le opere contemporaneee di arte ortodossa, che invece Susanna trova scontate.
La mia visita all’acropoli, delegata all’ultimo giorno, ha veramente qualcosa di poetico. Riesco a svegliarmi alle sette (il caldo e l’aria secca di Atene mi svegliano prestissimo) e mi preparo in fretta, rinuncio alla colazione e mi precipito all’ingresso dell’acropoli, che ho capito essere più facilmente raggiungibile passando dal retro (da Tisseio, per intenderci).
La città dorme tutta, c’è solo qualche ventiquattrore aperto e dei tizi che spruzzano acqua dappertutto con una canna, per rinfrescare l’aria, credo. Sono le sette ma il sole picchia già. Io, nel dubbio, mi son coperta parecchio perché non so fino a quando resterò lassù e non voglio rischiare l’insolazione. Quindi insomma sto già sudando. Recupero un succo e qualche biscotto al baracchino sotto la scalinata e poi mi piazzo sulla panchina di fronte al cancello, tipo stalker.
Quando chiedo se posso entrare, il tizio mi risponde che la biglietteria è più in là, io gli rispondo che ho il biglietto, allora si vede costretto ad ammettere che va bene, apre alle otto.
Insomma fin tanto che sto lì vedo che gente che passa, che entra, che si piazza davanti, allora per non rischiare mi alzo e mi metto davanti alla cancellata chiusa, tipo concerto. Alle otto spaccate aprono e io mi infilo su, sbircio un po’ il teatro di Erode ma non c’è tempo, c’è fretta di Partenone, allora giro in su, e sono già ai Propilei, e c’è due o tre persone lì con me, ma forse loro non si rendono bene conto, c’è questa struttura a due ali, con delle colonne bellissime, in questo marmo chiaro, che ti chiama verso su, che ti accoglie, ti abbraccia, e se per caso di giri vedi che dall’altra parte c’è tutta la città, che questa porta gigante è una porta verso la città che si stende, larga e verde, per diversi chilometri.

Ma non c’è tempo, fa caldo, bisogna andare, allora ci passo, li attraverso, e poi arrivo e vedo una cosa controluce, una specie di cantiere, non si capisce.
Mi giro e alle spalle ho sempre i Propilei, che da dietro son quasi più belli, insomma, son proprio belli.

Mi giro e di là ci son delle cariatidi tutte diritte che fanno il loro mestiere da un bel po’, l’eretteo credo sia la parte migliore di questo spazio. Una grande piazza pietrosa, sopraelevata, con la luce radente del mattino e delle architetture maestose e pure. Non so come spiegare, forse
così. Vabe’, comunque poi me la sono data a gambe, il tempo di assaporare l’enormità del Partenone, di buttare un occhio alla città tutta attorno, di notare che le orde di turisti sbarcati dalle crociere avevano già invaso la scalinata dei propilei, ho fatto qualche altra foto al teatro di Erode, mi sono portata sul versante Est e sono sgattaiolata via da un cancello secondario, nella città ancora dormiente. Mi sono persa il tempo di Efesto, che è tipo l’unico intero (Acc!) però insomma tutto sommato la visita è stata piacevole e indolore.

Quella è stata l’ultima giornata ad Atene, in parte spesa a dormicchiare nella stanza che nel frattempo mi ero fatta dare dall’ostello, perché raggiunta dal consorte, e in parte a passeggiare per Plaka e a fare un po’ di shopping pre-partenza (e a perdere a carta di credito, vabbe’)
Il giorno dopo la partenza era stabilita per le otto e mezza, io ho sperato fino all’ultimo di riuscire a fare colazione, ma poi niente, questa cosa di mangiare al mattino è un vizio che mi farete togliere, mannaggiavvoi. Il mio zainone è stato montato incredibilmente sul portabauletto della moto , con aggiunta di zainetti e giacchette varie, e si è partiti verso nuove avventure. In particolare, alle 14:30 era fissato il ritiro dei biglietti del traghetto che ci avrebbe consegnati a Kythira, nel pomeriggio. Il traghetto partiva da Neapoli, e la strada che abbiam fatto si capisce più o meno da qua sotto.

kythira

Che la Grecia è la Puglia e che la teoria delle zolle ci aveva visto bene me l’hanno confermato le distese di ulivi e terra rossa lungo tutto il tragitto. Per gran parte autostradale, ma per fortuna (?) da Sparta in poi autostrada non ce n’è (sì, Sparta, quella Sparta) e quindi abbiamo dovuto imbracciare i nostri mezzi di navigazione e intrufolarci nelle strade della Laconia, discendendo dall’altopiano verso le coste spiaggiose e deserte. Qui è stato fatto il primo pensierino di acquisto casa. Un cosino microscopico sulla strada deserta, appena rialzato rispetto al livello delle spiagge, un posto in cui voler ritornare. Ma la strada calda e sinuosa (eh!) doveva terminare solo al porto di Neapoli (in lingua Νεάπολη Βοιών) in fondo in fondo alla Laconia, con una temperatura africana e un’ora di attesa d’imbarco.

Αθήνα – parte 1

IMG_20130811_124919IMG_20130811_121147IMG_20130811_120033IMG_20130811_121250Passeggiata introduttiva con Manos. Cose che ho imparato:
Quando nessuno se la filava, Atene era sotto occupazione turca, e ci rimase fino al 1830. Il 1830 e’ una data che ricorre nei racconti di Manos; e’ l’anno in cui Atene torna ad essere una citta’, l’anno in cui compaiono i primi edifici pubblici e in cui si ricomincia la costruzione.
L’occupazione turca vedra’ Salonicco adornata di monumenti e nuove costruzioni, lasciando ad Atene la sola possibilita’ di costruire piccole case private.
Del periodo precedente la “rinascita” ad Atene resta solo la cultura bizantina, che invade piccole cappelle e basiliche sparse per la citta’ e un grande museo poco distante dalla Piazza del Parlamento, Sintagma. (museo che sara’ la prossima tappa della vostra inviata).
Arriviamo quindi al 1830, perche’ il nostro primo tour e’ un tour “moderno”, abbraccia quindi il periodo che comincia con il regno austriaco che porta ad Atene tre bellissimi edifici: L’universita’, L’Accademia e la Biblioteca Nazionale. Costruite da un allievo dell-architetto viennese Schinkel, questi edifici presentano una bellezza neoclassica, arricchita da un apparato decorativo ancora deciso e talvolta ispirato a motivi bizantini. Sono di gran lunga gli edifici moderni piu’ belli visti ad Atene, ma questo non diciamolo a Manos.
Queste tre costruzioni volevano essere il simbolo della rinascita ateniese, in un momento in cui gran parte della popolazione era ancora analfabeta (si visiti a proposito il museo della cultura ateniese ospitato da una delle ville padronali piu’ belle sul viale Vasilissis Sofias) e furono ispirate (per non dire copiate) ad alcuni dei principali edifici viennesi. Ma poi, voglio dire, quello che funziona.
Le foto di questi tre edifici non le ho fatte perche’ era buio e perche’ mi state fondamentalmente sulle balle.
Atene parte 1 finisce qua.
Qui sopra vi beccate le foto che ho fatto stamattina all’agora’ e alla Stoa’ di Attalo. Ma senza commentario.

Sono le quattro meno dieci.

Shh.. piano…non lo svegliare… piano ho detto.

Io adesso, mentalmente, sono lì.

Sono le 4 meno dieci. Sono in studio, sono le 4 meno dieci e come al solito non ho ancora cominciato a fare un cazzo.
Sono in studio sono le 4 meno dieci e regna un silenzio tombale e io come al solito non ho ancora cominciato a fare un cazzo.
Stamattina tra l’altro (cosa mi sarà preso?) sono arrivata alle nove e un quarto. Le nove e un quarto. Lo ridico? Le nove e un quarto. Praticamente alle undici e mezzo avevo già prodotto il Pil annuale del Messico (vabe’ non è che potevo dire la Cina!) e volevo già tornare a casa. Poi vabe’, dici, pranzo, massì, mangio qualcosa, però qualcosa di buono, checcazzo, che sono a casa da tre giorni a mangiare minestrina (non è vero! ieri ho mangiato i moscardini colle patate ma voi non lo sapete!), dopo tre giorni di malattia ci vuole una cosa sostanziosa, una cosa che tiri su, voglio dire, per affrontare questa lunga giornata mi servono energie! Presto!!
E poi l’ho fatto: sono scesa al bar e mi sono fatta sedurre dalla cotoletta con la mozzarella filante e i pezzetti di pomodoro. Sì, quella leggera. Quella che ti servono con un chilo di pane. Quella che senza pane è praticamente impossibile mandarla giù. Quella col peso specifico del piombo. Quella.
Poi ho sacrificato il mio pompelmo rituale, squartandolo in pezzi grondanti, per soddisfare il mio fabbisogno di vitamine (eh, oh).
E ora, incredibilmente, sono in modalità risparmio energetico. Ma così risparmio che quando mi sono girata per rispondere al capo che mi dava alcune commissioni da fare lui se ne era già andato.
Dopodiché, graziealcielo, si è chiuso nella sua stanza.
Sono in studio sono le 4 meno dieci, regna un silenzio tombale, il capo è chiuso nella sua stanza e io come al solito non ho ancora cominciato a fare un cazzo.
Quindi tutti zitti per favore non fate rumore altrimenti si sveglia.

La gloriosa rinascita del peperone ripieno.

Una decina di giorni fa un paio d’amici miei hanno voluto creare un foodblog, che adesso è molto di moda, però hanno deciso di metterci dentro delle storie. E questa è la mia.

 

 

Quando ho compiuto 25 anni ho voluto fare una festa – cosa c’entra coi peperoni? Diranno i miei stolidi amici, ebbene c’entra moltissimo, giacché quella che vado a narrare è la lunga storia dei peperoni ripieni alla Roiella. I peperoni ripieni hanno in sé quella giustezza che solo il verduro maschio può contenere, e un interno di grande contenuto che altri verduri non si azzarderebbero.Ebbene quel lontano 24 luglio (segnatevelo, è impo) la giovane ma ormai adulta Roi decise di preparare per sé e per alcuni selezionati amici talune prelibatezze culinarie tipiche delle brave massaie, al fine di convincere anche i più scettici che ella fosse donna a tutto tondo. Si prodigò quindi la fanciulla (che poi sono io) nella preparazione meticolosa di una classica lasagna al forno (balsamella included), dell’hummus di tradizione israelita e d’una Sacher di rara prelibatezza e poi fu colta da un dubbio. Tentare o non tentare la preparazione d’un nuovo e azzardato prodotto cuciniero, una prova d’artista e insieme grande affermazione d’abilità? L’audace fanciulla ci si provò.

Percorse le sudate carte alla ricerca d’una preparazione che potesse altresì prestarsi alla consumazione non istantanea, che s’adattasse ad essere gustata nelle dimore bucoliche ove il rito andava a prepararsi il convito.
Fu ella sedotta dal desiderio di rendere omaggio alla nobile solanacea, dal progetto di premiarla e altresì esaltarla e farne gustare le polpe delicate ai suoi commensali.
Il destino infausto le suggerì un risotto formaggioso, il quale presto si rapprese e raffreddandosi divenne ottimo per il fissaggio di alcune mensole traballanti. Fortuna che alla festa non mancava il vino.

Memore di tale sventurata occasione, la ragazza mai si sognò neppure lontanamente di cucinare mai più alcunché di ripieno, finché non incontro delle piccole zucchine tonde ed ebbe come un’epifania. Lei avrebbe riscattato il tristo pepperone nella gloria del forno. La signorina zucchina avrebbe lei stessa sacrificandosi all’uopo vendicato la dignità ripiena d’altre verdure tradita. Così fu fatto: la zucchina fu riempita di carne trita, a seguito dello sbollentamento, e grande fu la maestosità e il successo della prova. Forte di quest’esperienza, io, che sono la fanciulla, mi volli lanciare in un nuovo azzardo. A qualche anno di distanza dagli episodi or ora narrati mi ritrovai in un frigo brulicante di verdure in fin di vita e come sempre alle dieci di sera mi apprestai al sovvertimento della cucina, con buona pace di quello che mi sta appresso.
L’ispirazione mi aveva colto al mattino e io l’avevo rifiutata, poi accarezzata, e infine abbracciata al suon di “ma a me chemmefrega!”.

Lavai, allora, li signori peperoni rossi, li posi in pentola a sbollentarcisi, dopo qualche minuto (il tempo di cercare una playlist adatta su youtube) li levai e cercai di levar loro la pelle, invocai lo signore per via di quanto cazzo scottavano, poi mi rassegnai e mi dedicai al ripieno.
Codesto voleva essere a base di pane, essendo che non tenevo manco un poco di carne trita, coll’unione di un po’ d’ovo a e di una certa signora scamorza che il mio uomo compra sperando di mangiarsela e io gli faccio regolarmente sparire.

Unito quindi il composto in un piatto fondo, previo sbattimento di uova, vi si aggiunga a piacimento la maggiorana (che i liguri mi dicono essere ottima nei ripieni verdurieri) salepepe com’al solito; si proceda quindi a disporre li peperoni tagliati a metà (levate i semi) su di una casseruola oliata, ove li peperoni andranno imboccati a cucchiaiate del composto preparato – mi raccomando a raso ché l’uovo in cottura si dà delle arie.
Visto che mi seccava di accendere il forno per tale fallimentare progetto (è importante partire ottimisti) misi la casseruola sul forno un po’ alto e quivi ce la lasciai finché non mi ricordai di avercela lasciata.

Il risultato (gustato il giorno successivo) fu tale e tanto che la dignità del peperone ne uscì rinata, ma che dico rinata? Rinata.

 

[post originale qui http://www.bruttochef.it/la-gloriosa-rinascita-del-peperone-ripieno/ ]

Elogio della corsa ignorante

Questa è una cosa che ho scritto per Runnerds un mesetto fa.

 

 

Sainte Adresse, un posto di correre in Normandia.

Io a correre non sono mica capace.

No, veramente.

Io ho cominciato a correre quando andavo all’università, non mi ricordo perché, un giorno mi è venuta questa cosa e ho detto ‘Io adesso vado a correre’.
Ho infilato le vecchie scarpe della pallavolo, ho preso l’ipod e sono uscita. Ho detto boh, magari faccio il giro dell’isolato. Poi ho corso una mezzoretta, anche se dopo dieci minuti mi mancava il fiato e mi tenevo forte la milza.
Allora la volta dopo ho detto ‘parto piano, così non mi fa male’. E ha funzionato.
Piano piano mi sono allungata e invece delle case arrivavo a vedere la campagna, era bello, di solito c’era il tramonto in fondo ai campi, qualche signore con la bicicletta.
Era bella questa sensazione di allontanamento; dai rumori di casa, dai disegni da fare, gli esami da preparare, dalle richieste di mia madre e i casini dei miei fratelli.
L’ora di corsa non era tanto un fatto atletico, quanto più un momento di riposo e di svuotamento.
Poi se ci andavi agli orari strani di me studente capitava che non ci fosse proprio nessuno-nessuno e allora potevo anche cantare e ballicchiare (con buona pace del fiato)(miei preferiti di allora: vinicio e la gianna, gran correre veramente).
Era un tempo bellissimo, un tempo dedicato a me, alla musica, alla campagna.

Poi mi son trasferita in città e sembrava che non si potesse più, ma una volta arrivata la stagione dei risvegli le mie gambe son partite da sole e mi sono ritrovata sgambettante al Campo dei Fiori (oggi parco Giovanni Testori) in mezzo ai vecchietti a passeggio, ai sudamericani riuniti. Poi mi son spostata di nuovo e di parchi vicini ce n’è pochi e insomma sembrava difficile ma io lo stesso: infilo le scarpe, prendo l’ipod e vado; sul marciapiede, facendo avanti e indietro in attesa del semaforo, tirando in attraversamento e poi prendendo fiato nelle vie deserte.

C’è che quando uno corre, corre.
E anche se rispetto agli altri son lenta – una volta mi ricordo che ho fatto un chilometro in sette minuti oh!- e che non mi piace andar forte perché poi mi viene in fiatone e però le articolazioni si affaticano e allora ho male alle ginocchia per un mese, vabe’, anche se, io, comunque, corro.

 

[il post originale è qua runnerds.it/elogio-della-corsa-ignorante]

La Svizzera

Questo è quel periodo dell’anno in cui voglio emigrare in Svizzera.
La notizia non è del tutto prevedibile, giacché molti sanno che ho stabilito nella Danimarca la mia definitiva meta, sui tempi di trasloco invece tergiverso ormai da qualche anno.

La prendo alla larga: il mese di giugno è quel mese crudele (ciao Thomas Stearns) in cui molti contribuenti (non tutti!) sono tenuti a compilare una dichiarazione dei redditi relativi all’anno precedente.
Per voi normali e anche un po’ noiosi lavoratori dipendenti questo è un momento come un altro, vai al caf, ti dicono quanto devi, bestemmi un po’ per i soldi che devi tirare fuori, fine della storia.
Per noi fortunatissimi Contribuenti Minimi, invece, (ah! la bella vita del’architetto in partita iva!) la questione si fa vieppiù complessa.
Trattasi di raccogliere tutta la documentazione relativa a tutti i guadagni e le spese dell’anno trascorso, capire quale può essere detratta quale no, andare a cercare sulla guida apposita che cosa era detraibile interamente e cosa al 50%, e poi fare un bel foglio excel (quest’anno per darmi un tono l’ho fatta su Numbers così non posso esportarlo né vederlo da nessun altro apparecchio che non sia il mio macbook morente) e tirare la somma.
E fin qui, se non avete grossi problemi tecnologici, di archiviazione (mumble) o di comprensione di guide dell’agenzia dell’entrate (HAHA), non dovreste avere problemi.
Poi però arriva il bello.
Il bellissimo, mi azzardo a dire.
L’Agenzia delle Entrate invita i suoi contribuenti a compilare la dichiarazione direttamente online (AYEAH! SIAMO FICHI! SIAMO SULLINTERNE!) con il comodissimo software Unico.
Software unico che, però, funziona solo un winzoz: evabe’.
Software unico che funziona su winzoz e che però se non lo salvi in una cartella che abbia un indirizzo molto corto non funziona: e sia.
Software unico che ti guida benissimo fantastico a produrre una dichiarazione. Che però sta dentro il tuo computer.
Ora, per l’invio telematico, la questione si infittisce: bisogna procurarsi un Pin speciale, che si può richiedere solo all’agenzia delle entrate -> perdi una mattinata di lavoro all’agenzia delle entrate per avere il pin o consegnare direttamente la dichiarazione cartacea? State attenti a cosa rispondete, miei piccoli lettori.
Nel primo caso, vi ritroverete con un codice che vi permetterà, sì, di trasmettere la dichiarazione, senza però che questa vada mai in porto.
Parola di lupetto: ci ho provato cinque volte. Quando mi sono infine recata allo sportello dell’agenzia (caso due) il signore mi ha informato che MI MANCAVA UN PLUGIN che non era indicato da nessuna parte ma senza cui l’invio non poteva funzionare. Certo.
Allora ho consegnato al signore dell’Agenzia i miei bravi foglietti coi numerini.
Peccato che questo signore si sia dimenticato (ops!) di scrivere il numero di partita iva e una serie di altri numerelli sparsi.
Insomma tra qualche anno mi arriverà una multa di NENNEMILA euro.

E questo era l’anno scorso.
Quest’anno, invece, hanno cambiato il Regime dei Minimi (al quale modestamente appartengo): nel modulo dell’Unico 2012 il quadro per i contribuenti minimi non c’è più.
Tanto sono tutti morti di fame.