2015: un post lungo.

Approfitto di quel che resta di questo blog per fare la summa del mio 2015.
Ormai pare che questo blog serva solo a questo. (Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere.)
Vediamo, dove siamo? È un giovedì d’inverno a Milano, ho trentadue anni, sono sposata, ho un lavoro e due gatti.
Solo dieci anni fa non avrei osato sperarlo.

Miss Ironiglietta e il primo giorno di scuola

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Cos’ho combinato quest’anno? Un sacco di cose. Cose toste, per lo più. Ho perso per due volte il lavoro, nel senso che mi hanno proprio cacciata a calci dai due posti in cui avevo scelto di investire le mie energie e le mie capacità e compito del 2016 sarà quello di fare la pace con questi fallimenti che ancora mi tormentano la notte. In compenso ho messo giù un portfolio che chettelodicoaffare. Poi, vabe’, mi sono sposata. Chiunque mi abbia anche solo intravista IRL o online quest’anno credo ne abbia contezza, per tutti gli altri faccio un riassunto: ci siamo messi vestiti buffi, siamo andati in comune in bici, poi alla castagnola a mangiare, era una giornata splendida, abbiamo ripreso coscienza verso le sei di sera. Un miliardo di cose avrei voluto che andassero diversamente, col senno di poi io e Ale ci siamo divertiti un sacco e questo è impagabile. (il racconto fotografico è qui)

Milano Oggi #nofilter A photo posted by oriella (@roiability) on


È stato l’anno in cui mi sono abbonata a Internazionale e direi che mai più senza (per tutti quelli che sono interessati a quello che succede nel mondo, a leggere punti di vista diversi e sempre interessanti, ma anche ad accumulare un sacco di carta sul comodino, l’abbonamento si fa qui  e costa poco – secondo me)

Playful

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Ho visto un sacco di film. Forse ne vedo sempre molti, quest’anno mi pare più del solito. Ho avuto il piacere di vedere il capolavoro di Fassbender che è Frank, che mi ha ispirato moltissimo a comporre ma con scarsi risultati; la meraviglia visiva di The Secret Life of Walter Mitty, che mi ha fatto innamorare di Space Oddity, che ho voluto ardentemente suonare live con le On A Monday, con buona pace dei presenti al concerto del 25 aprile; Still Alice che mi ha molto commosso; la tamarrata di Mad Max al cinema con Thomas (brillante e cromato!); X+Y  con la tenera follia del suo genio matematico, consigliato agli amanti di A Beautiful Mind; Mary and Max, filmone di animazione, perso forse per mancanza di pubblicità; Mr Holmes che rende giustizia al venerato personaggio di Conan Doyle, e poi, in chiusura d’anno, due splendidi film sulla storia della musica: Jersey Boys e Cadillac Records. Il primo forse più fedele ai fatti, entrambi molto coinvolgenti e didattici rispetto ai momenti chiave di quei periodi storici. Mi piacerebbe parlarne con chi li avesse visti o ne sapesse più di me in merito (penso a esse, chiaramente).

“‘L’amore non è amore senza una capra che vola” A photo posted by oriella (@roiability) on


Last but not least: the Revenant [ The Hateful Eight non lo metto neanche dentro]: se volete un film sulle origini americane con un sacco di neve, bussate Inarritu, impossibile restare insoddisfatti (Leo anche quest’anno niente Oscar, è ora che se ne faccia una ragione).
Questa carrellata di consigli non richiesti la dobbiamo a Facebook, fedele compagno delle nostre vite e ormai unica memoria storica di quello che faccio e che mi interessa.
(Quasi) Nessun biglietto del cinema è stato staccato per queste proiezioni, giacché faccio ormai sempre più fatica a vedere i film doppiati. Per quelli che se lo stessero chiedendo, anche Netflix è fuori dai giochi. Quando ci farà vedere Sense8 in contemporanea mondiale (così come Elementary, New Girl e tutto il resto) se ne riparlerà.

6.Touch #aprillove2015

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Dunque è stato un anno di molti film, di qualche live (pochi, troppo pochi), di due licenziamenti e di un matrimonio con viaggione negli USA. Quelli che ci hanno visti dopo lo sanno. Bello, faticoso, non lo rifarei. (le cose del matrimonio, ancora per poco, si trovano qui) Abbiamo scelto di fare un girone ambizioso, che da New York passasse per New Orleans – come se si potesse PASSARE PER N.O. – per finire a San Diego, con bonus track di Los Angeles. È prevedibilmente stato un massacro, Ale ha guidato quelle sette/otto ore al giorno, no io non guido, soprattutto all’inizio ci siamo fermati poco o niente e abbiamo sbirciato dal finestrino panorami che sì, belli, ma non bellissimi. La zona del Delta del Mississippi, da me desiderata moltissimo, ha lasciato qualche ferita che, chissà, magari diventerà una canzone. Parte più bella del viaggio di gran lunga Colorado e Arizona (manco a dirlo). Visto tante cose, imparato molto sull’America. Esito: bella ma non ci vivrei. Ecco, i miei ormai storici programmi di espatrio si fanno sempre più improbabili. Lavorativamente e non. Col passare degli anni divento sempre più choosy (sì, ho detto choosy): e la svizzera no che ci vuole il tedesco, e la danimarca non vuole immigrati, e Londra costa troppo e poi le licenze professionali, e gli Stati Uniti, boh, mih, mah. Chances are ce ne staremo qui a lamentarci ancora per un po’.

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In tutto questo, mia grande medaglia al valore, io quest’anno mi sono lamentata pochissimo. Con tutti i casini e i grandi passi e le paure e i rischi corsi. Sono stata proprio brava. In compenso causa forse il lavoro o non so, ho perso di vista un sacco di gente. Gente dell’internet, gente conosciuta al lavoro, gente di vite passate e lontane. Questo non va per niente bene. Proposito per il nuovo anno è ritrovare le persone, che una vita vissuta da soli non ha proprio senso viverla.

Qui apro una piccola parentesi Alessandro, mia croce e delizia. Quest’anno direi decisamente più croce. Facciamo che l’anno prossimo è più delizia? Eh? Propositi per il nuovo anno: fare tante cose belle. Forse lo dico tutti gli anni, non lo so, ora vado a rileggere, ma guardando indietro mi sembra sempre di essere stata a farmi un sacco di menate senza poi combinare niente. È vero che non credo nelle cose per le cose. Fare per il fare. Mi pare sempre uno spreco, fare qualcosa che non abbia senso, di cui non si sia convinti al 100%. Con questo dovrò fare i conti per sempre, temo. Rassegnarmi al fatto di imparare dalle cose invece di attendere il momento dell’illuminazione che porterà ad una perfetta esecuzione e al successo gloriosa (eppure sono grandicella per credere ancora alle favole). Lo so, lo dico sempre, almeno ci provo. Salutiamo i due lavori a maglia iniziati nel 2014, le foto delle vacanze del 2013, gli acquerelli abbandonati, le canzoni da scrivere, i concorsi di architettura da fare.

Long way to come, mr @archi_trek #wannabewesandersonfilter

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Al netto di questi sempre validi progetti fattuali, il vero obiettivo per il nuovo anno è riprendere possesso di me stessa. Con poca modestia, sono sempre stata una persona consapevole. Egoista, cattiva, superficiale, noncurante, pigra, saccente, ma in contatto con me stessa. Ho spesso ignorato suggerimenti e consigli perché riuscivo, quasi sempre, a sentire quello che veramente volevo e a farlo. Ho spesso deluso delle persone che mi chiedevano aiuto o comprensione perché ritenevo che l’ascolto o l’empatia avrebbero turbato il mio equilibrio. Ecco, per qualche motivo, negli ultimi due anni, ho perso il contatto con quella persona. Non solo ho perso molti amici ma ho anche smesso di chiedere a me stessa come stavo. Ci pensavo di recente leggendo questo bellissimo saluto a Lemmy dei Motorhead e un articolo con dei consigli per le persone con disturbi psichiatrici – che sto cercando senza successo da venti minuti: voglio essere una persona che lasci un segno. Una delle più mie grandi soddisfazioni era quella di illuminare e ispirare le persone attorno a me. Nel 2016 voglio tornare a essere quella persona. Rialzare la testa (e magari smettere di avere maldischiena), prendermi il tempo per le cose che sono importanti, smetterla di correre che tanto non serve a niente. Smetterla di sentire che il tempo sta passando inesorabilmente (questo è più difficile). Prendermi il gusto delle cose che faccio e la soddisfazione di averle fatte con piacere. Essere contenta di come sono e di dove sto. E poi ovviamente mettere la crema corpo e andare in palestra e tutto il resto. La vita è breve ma rincorrerla non è un bel gioco e adesso basta.

Cabrio a 38° aka How to die. A photo posted by oriella (@roiability) on

Spero di avere la forza di adattarmi alle cose che mi servono e di combattere quelle che posso cambiare e di fare qualche scelta giusta, che male non farebbe, ecco.

Promise

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Memole è il nome mio, folletto sono io #stayfoolish #haircolor A photo posted by oriella (@roiability) on

Getty Center #nofilter #la #architecture

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Un anno di rivoluzione

 


Sono un paio d’anni, ormai, che a capodanno, negli auguri, seguo la scia del mio amico Rob e scrivo “per un nuovo anno di rivoluzione”. Suona abbastanza rock’n’roll e fa la sua figura. Riguardo al significato, poi, nessuno si interroga mai sul significato degli auguri.
Ecco, a forza di rimbalzarmi indietro, mi sa che stavolta tutti quegli ” anche a te” hanno funzionato.
Sin dall’inizio, quest’anno ha portato con sé un grosso, spaventoso potenziale che ora sembra essersi scatenato in tutta la sua furia rivoluzionaria.
Spiego spaventoso: quando lo studio per cui lavori non riceve più incarichi e quelli che ci sono si strascinano e i cantieri non partono mai eccetera, insomma uno un po’ se l’aspetta, però finché non senti la frase “non posso più pagare” ti limiti a guardare offerte di lavoro in Canada e a Londra e a fantasticare di vite oltreoceano.

La frase è stata proferita un lunedì di qualche mese fa, quando ero in ben altre faccende affaccendata, e questa storia del lavoro non la stavo considerando più di tanto.

C’è stata la botta, l’assestamento, poi una specie di germogliare: di idee, di contatti, di proposte.  Mi ero fatta l’idea che nello stand by lavorativo avrei potuto trovare il tempo per fare quelle cose che uno aspetta di poter fare, quel famoso progetto di ricerca chiuso nel cassetto, il curriculum come si deve, le foto ai lavori vecchi, instaurare una collaborazione freelance con quel gruppo di architetti fichi.

Tutto bene, tutto bello, un sacco di idee nuove, l’entusiasmo, il tempo per stare in giro, per vedere, per leggere. Un paio di ristrutturazioni da seguire per i fatti miei, la speranza che forse le cose arrivano al momento giusto.

Poi passa un mese, io passo dallo studio ormai soltanto per coprire quando non c’è nessuno, a pranzo mi cucino le polpette e al pomeriggio finisco sempre per fare un pisolo, solo che il conto in banca è sempre lì, che mi guarda con gli occhi spenti, le ristrutturazioni che dovevano partire non partono e per quanto non lo si voglia mai, il panico arriva.

E quindi insomma quando salta fuori che c’è un amico di amici che cerca degli architetti (esiste ancora qualcuno che cerchi architetti?) mandare il cv è giocoforza, il colloquio è duretto perché sono fuori allenamento, ma il posto è mio.

E adesso?

Che ne è dei miei sogni di gloria, del tempo per la ricerca, per le cose belle e nuove?

Ho ancora qualche giorno per sistemare il progetto di ricerca e inviarlo, portare quella pratica al catasto, fare gli incontri per il vecchio studio e passare il testimone a chi di dovere. Poi si comincia. Vita nuova, ditta nuova. Potrebbe essere bellissimo e gratificante e farmi svoltare la carriera come essere un lavoro logorante e frustrante. Come sempre, bisogna stare a guardare.

Col cervello bene acceso e il respiro calmo.

Proposito

Il mio proposito per il nuovo anno (lavorativo, ebraico, contadino, chiamatelo come preferite) è di fare meno cose, ma farle bene.

– disse con dieci tab aperte sul browser e altri tre programmi in corso –

Fare meno cose ma portarle a termine, coccolarle, seguirle dall’inizio alla fine, ricordarmele, metterci dentro qualcosa di mio.

 

Speriamo, che sia la volta buona, va’.

il mio pane senza impasto

(riassunto delle puntate precedenti)
1.Il signor Jim Haley, proprietario della Sullivan St Bakery di New York, ha inventato un pane così facile da fare che anche un bambino di sei anni (nel video lui dice di quattro) può fare un pane più buono di quello di un panettiere.
Io non ho seguito da vicino la vicenda, ma ho scoperto i fatti in seguito grazie a questo bellissimo post di comidademama, pieno di link alle cose giuste per approfondire l’argomento.
2. Il signor Storvandre con cui convivo da mesi spesso si diletta nella panificazione, che nel suo caso è l’appallottolamento e cospargimento di semi da effettuarsi su impasto acquistato al Pam. Ma noi questo non possiamo più permetterlo.

Se ne deduce che, con i miei tempi, mi sono eventualmente dedicata alla suddetta panificazione, seguendo la ricetta di comidademama (italianizzata), con risultati che giudicherete.

 

ingredienti:

    1. 500 g di farina
    2. un cucchiaino di sale
    3. 2,5 g di lievito di birra fresco
    4. mezzo litro d’acqua


ho sciolto il lievito nell’acqua tiepida e l’ho aggiunto alla farina già salata. poi ho cercato di dargli una forma di palla, raccogliendo tutto con le mani e l’ho messo in una ciotola.

l’ho lasciato su uno scaffale del soggiorno per trenta ore (che sono tantissime ma non avevo scelta) coperto da una pellicola.

si presentava come un blob bollicinoso e ho cercato di rovesciarlo sul piano infarinato (senza riuscirci tantissimo) e fare quella cosa dei bordi; la cosa dei bordi è: tiri un lembo del magma verso il lato opposto a dove l’hai preso, poi di nuovo con gli altri tre spigoli immaginari. dovresti aver spolverato di farina, prima di fare quest’operazione; io ho spolverato tantissimo e alla fine della cottura si vedeva ancora un po’ di farina dentro. se non hai capito l’operazione degli spigoli (non è colpa tua) guardala qui.
L’ho lasciato riposare un quarto d’ora coperto da una pellicola

poi l’ho riempito di semi di sesamo sopra e sotto (girarlo non è proprio un gioco da ragazzi)  e l’ho avvolto in uno strofinaccio in cui l’ho lasciato riposare altre due ore

 

(mentre installavo ICS sul Galaxy S, nota che non c’entra niente)

Dopo circa un’oremmezzo ho acceso il forno a duecentotrenta gradi con dentro la pentola di ghisa in cui avrei cotto il pane.
Dopo due ore si prende il pane e lo si ietta violentemente dentro la pentola incandescente, si copre con un foglio di alluminio (nel mio caso; meglio sarebbe un coperchio ma io nuncellò) e lo si lascia cuocere mezz’ora così.
Poi si toglie l’alluminio e si lascia ancora almeno dieci minuti fino alla doratura desiderata (e qui il forno mi ha abbandonato e non si è dorato per niente, ma vabe’)

Stamattina il consorte ha avuto l’onore dell’assaggio e ha detto che era “assolutamente da rifare, uguale a quello della panetteria” U_U

grazie 2011

Se c’è una cosa per cui devo ringraziare l’anno quasi finito è per aver tenuto vivi quei fili.
Ringrazio per quei fili sottili che potevano spezzarsi e non l’hanno fatto.
Ringrazio per tutte le persone che potevano volare via ma per quanto lontane ci sono sempre state.
Per quelle persone che anche da lontano sono riuscite a tenere vivo quel filo.
Quelle persone io ringrazio.
E ringrazio anche un po’ me, che quest’anno son stata brava e ho fatto un sacco di cose.

Poi dopodomani vi dico cosa penso di fare l’anno prossimo.

Ok?io e ipazzia

*N.B. La foto sopra è gentilmente sponsorizzata da Tommy Hilfiger, così come i vestiti e gli occhiali e il fenicottero rosa. La tenutaria (tenutrice, tenutente?) del fenicottero invece è ipathia

La Smetti di Farti la Guerra?

frutto del cappero, di pupsy27

Anche io ho cercato di sabotarmi. Credimi.

Anche io ho visto tutto rotto e spezzettato, le mani stanche e gli occhi brucianti. Anche io ho continuato a rialzarmi e cadere infinite volte, ogni volta più stanca, più ferita, più demoralizzata. Anche io ho odiato, rifiutato, combattuto. E va bene: punirsi, mettersi alla prova, ferirsi, mutilarsi.

Ma poi è ora di rinascere. A un certo punto le cose vanno bene: e lo vedi, dai, non devo dirtelo io. Sta andando tutto bene e tu non approfittartene. Ringrazia, godi, e vai avanti. Ricostruisciti, consolidati, riguardati: guardati e amati.

Se non ti ami tu allora chi?

 

 

 

*La grafia di questo titolo è un omaggio a Joshua Damian Held

io penso che parto.

Siccome io sono una che gli piace viaggiare, settimana scorsa sono stata a Melbourne.

Dodici apostoli – foto di Geoff Trotter

Ci eravate cascati, vero?
No, invece no. Invece quasi. E’ successo che martedì sera sono andata al Bianca (che è un posto fighissimo in corso Vercelli) e ho trovato un sacco di bloggers.

Coi bloggers c’erano pure delle signorine che parlavano inglese, cosa che ho scoperto mentre analizzavo un pezzo di cibo cercando di capire se fosse arancia caramellata o gelatina di albicocche.

Queste signorine che parlavano inglese, oltre che carinissime, erano anche tedesche, e venivano direttamente da Francoforte. Venivano da Francoforte con un carico di vino australiano. Questa cosa è meravigliosa.

Il carico di vino australiano era spiegato dal fatto che le due gentili signorine (Sara e Susan) lavorano a Francoforte per Visit Melbourne, l’ente che si occupa di sponsorizzare la città australiana.

Cose che ho imparato:
-In Australia non esiste solo Sidney (surprise!)
-I koala ci sono davvero, stanno appollaiati sugli alberi, basta fermarsi e spuntano fuori
– C’è una strada bellissima che si fa la costa che hanno costruito dei signori dopo la guerra, non chiedetemi i nomi che non mi ricordo. Però c’è, è bella, c’è il verde e sta sul mare.
-Ci sono i canguri e se li mangiano anche, insieme ai serpenti e a una serie di altre bestie che non vorreste sapere. La buona notizia è che non dovete mangiarli per forza, e che a Carlton è pieno di ristoranti italiani.
-Melbourne è la capitale della MUSICA, infatti Pete da Brisbane si è trasferito a Melbourne per sfondare nel mercato musicale. E dice che la cosa bella è che ci sono locali di ogni genere nel giro di 1km. Esattamente, quanto è figa questa cosa?
-Per trasferirsi a Melbourne c’è una lista dei mestieri richiesti e quelli no e a seconda del mestiere che fai  devi aspettare più o meno prima di entrare. Io vado a vedere a quanto stanno gli architetti.

foto di klieschke